Alcol, anche bere moderatamente comporta rischi: cosa rivela uno studio americano
Un bicchiere di vino a cena o una birra dopo il lavoro sono abitudini spesso considerate compatibili con uno stile di vita sano. Un ampio studio statunitense, l’Alcohol Intake and Health Study, mette in discussione questa convinzione: anche quantità che molti definirebbero moderate sono associate a rischi per la salute a lungo termine. La ricerca è stata pubblicata online l’8 giugno 2026 sul Journal of Studies on Alcohol and Drugs. È stata realizzata da un gruppo di ricercatori internazionali, guidato da Kevin Shield dell’Università di Toronto, con l’obiettivo di fornire evidenze scientifiche utili all’aggiornamento delle linee guida alimentari degli Stati Uniti. Le stime, tuttavia, riguardano specificamente la popolazione americana.
Cosa hanno trovato i ricercatori
Il gruppo di ricerca ha esaminato la letteratura scientifica sulle malattie e sugli infortuni collegati all’alcol. La ricerca bibliografica ha individuato 7.294 pubblicazioni; dopo la valutazione degli studi, sono state incluse 56 revisioni sistematiche, di cui 16 selezionate per le analisi. I ricercatori hanno integrato queste evidenze con grandi banche dati sanitarie nazionali e modelli statistici, per stimare il rischio di malattia e morte attribuibile all’alcol nell’arco della vita.
I risultati mostrano come cambia il rischio di morte per cause attribuibili all’alcol al crescere del consumo settimanale:
Circa 7 drink a settimana: il rischio supera un decesso ogni 1.000 persone nel corso della vita (circa 0,1%). La soglia è raggiunta a 6,5 drink per gli uomini e 7 per le donne.
Oltre 8,5 drink a settimana: il rischio supera un decesso ogni 100 persone (1%).
14 drink a settimana, equivalenti a circa due al giorno: il rischio arriva a circa un decesso ogni 25 persone (4%).
Sono stime riferite alla popolazione statunitense e calcolate sull’intero arco della vita. Non identificano una soglia al di sotto della quale bere sia privo di rischi e non rappresentano una previsione individuale. Lo studio ha considerato diversi esiti di salute, tra cui tumori del cavo orale, dell’esofago e della mammella, malattie cardiovascolari, patologie del fegato e infortuni. Gli autori non hanno rilevato un effetto protettivo netto dell’alcol a nessun livello di consumo. Alcune associazioni apparentemente favorevoli per determinate patologie cardiovascolari, osservate soprattutto a basse dosi, non sono risultate statisticamente significative o comunque non sufficienti a compensare il complesso dei rischi.
Conta anche come si beve, non solo quanto
Un altro aspetto importante riguarda la modalità di consumo. Non conta soltanto la quantità complessiva assunta durante la settimana, ma anche quanto alcol si concentra in una singola occasione.
La revisione condotta dai ricercatori indica che, all’aumentare della quantità consumata per occasione oltre un drink, crescono progressivamente i rischi di tumore al seno, malattie cardiovascolari e infortuni.
Il dato è rilevante perché due persone che consumano la stessa quantità settimanale possono avere profili di rischio differenti se una distribuisce il consumo in più occasioni e l’altra concentra diversi drink in una sola serata.
Il rapporto con le linee guida americane
Il confronto con le raccomandazioni ufficiali aiuta a comprendere la portata dei risultati.
Le linee guida alimentari statunitensi 2020-2025 indicavano, per gli adulti che sceglievano di bere, un limite massimo di due drink al giorno per gli uomini e uno per le donne, nei giorni in cui si consumava alcol. Proprio la soglia maschile di 14 drink settimanali corrisponde al livello al quale lo studio stima un rischio di morte alcol-correlata di circa 1 su 25.
Le nuove Dietary Guidelines for Americans 2025-2030, pubblicate nel gennaio 2026, hanno invece eliminato i precedenti limiti numerici, sostituendoli con un’indicazione più generale: «Consume less alcohol for better overall health», ovvero consumare meno alcol per migliorare la salute complessiva.
Gli autori dello studio ritengono che i risultati sostengano la necessità di indicazioni più precise, capaci di comunicare i rischi associati ai diversi livelli di consumo e alle modalità di assunzione. Il tema è particolarmente significativo perché la ricerca era stata realizzata proprio per contribuire all’aggiornamento delle raccomandazioni federali.
Le indicazioni in Italia: Ministero della Salute, ISS e AIRC
Anche in Italia le raccomandazioni seguono il principio del «meno è meglio», ma i messaggi hanno una natura diversa. Le linee guida del Ministero della Salute, riprese dall’Istituto Superiore di Sanità, indicano le quantità di consumo “a basso rischio” da non superare mai: due unità alcoliche al giorno per gli uomini adulti, una per le donne adulte e una per le persone con più di 65 anni. Per i minori di 18 anni la raccomandazione è di non consumare alcol, e l’astensione è sconsigliata fino ai 25 anni. Fonte: EpiCentro, ISS
Una unità alcolica italiana corrisponde a circa 12 grammi di alcol puro: indicativamente un bicchiere di vino da 125 ml, una lattina di birra da 330 ml, un aperitivo da 80 ml o un bicchierino di superalcolico da 40 ml. Fonte: EpiCentro, ISS Questi valori non indicano quantità prive di rischio. Le stesse fonti sanitarie precisano che non esiste un consumo sicuro per la salute e che, per chi sceglie di bere, il riferimento è non superare le soglie di basso rischio. Fonte: EpiCentro, Guadagnare Salute
Per quanto riguarda il consumo concentrato, in Italia si parla di binge drinking quando si assumono oltre sei unità alcoliche in una sola occasione. Il dato è utile perché lo studio statunitense sottolinea che anche il modo di bere, e non solo il totale settimanale, incide sul rischio. Fonte: EpiCentro, ISS
Il quadro oncologico
L’alcol è classificato dalla IARC, l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro, come cancerogeno certo per l’uomo (gruppo 1) dal 1988. È associato a diverse forme tumorali, tra cui quelle del cavo orale, della faringe, della laringe, dell’esofago, del fegato, del colon-retto e della mammella. Esiste inoltre una relazione dose-risposta: più alcol si consuma, più aumenta il rischio. Fonte: dichiarazione congiunta OMS Europa/IARC, EpiCentro
Su questa base il Codice europeo contro il cancro, coordinato dalla IARC, raccomanda di limitare l’assunzione di alcolici e ricorda che non bere è la scelta migliore per la prevenzione. Fonte: EpiCentro Anche la Fondazione AIRC, richiamando le indicazioni dell’OMS, sottolinea che non esiste una quantità di alcol priva di effetti sulla salute e che ridurre o evitare il consumo può contribuire alla prevenzione oncologica. Fonte: AIRC
Le indicazioni non si contraddicono. I limiti del Ministero sono soglie operative, utili a chi sceglie di bere e vuole contenere i rischi, ma non vanno lette come quantità “sicure”. Le indicazioni di IARC, OMS e AIRC sul tumore dicono qualcosa di più netto: per la prevenzione oncologica non esiste un livello di consumo privo di rischio, e meno alcol si consuma, meglio è.
Limiti e prudenza interpretativa
Tornando allo studio americano, come ogni ricerca epidemiologica basata su modelli, anche questo presenta limiti che è importante conoscere.
Sono rischi di popolazione, non individuali. I valori descrivono probabilità statistiche riferite a grandi gruppi di persone. Il rischio effettivo di una singola persona dipende da numerosi fattori, tra cui genetica, età, sesso, stile di vita, modalità di consumo e condizioni di salute. Lo studio non afferma che chi beve due drink al giorno morirà necessariamente per una causa legata all’alcol.
Si tratta di stime basate su modelli. La ricerca combina revisioni della letteratura scientifica, dati sanitari e modelli statistici. Non è uno studio clinico randomizzato e, come tale, le stime dipendono dalla qualità dei dati disponibili e dalle assunzioni utilizzate.
Il quadro delle patologie considerate non è esaustivo. Sono state incluse le condizioni per le quali esistono relazioni causali riconosciute con il consumo di alcol e dati sufficienti per costruire le stime. Altri possibili effetti non sono stati quantificati.
I dati riguardano gli Stati Uniti. Abitudini di consumo, distribuzione delle bevande e caratteristiche della popolazione possono differire da quelle italiane ed europee. I valori numerici non sono quindi automaticamente trasferibili al nostro Paese.
Il drink standard varia da Paese a Paese. Nello studio un drink standard corrisponde a 13,6 grammi di alcol puro, secondo la definizione statunitense. In Italia, invece, un’unità alcolica convenzionale corrisponde a circa 12 grammi. Un drink americano non coincide quindi esattamente con un’unità alcolica italiana né con un bicchiere generico: la quantità effettiva dipende dalla bevanda e dalla gradazione.
I possibili benefici cardiovascolari non equivalgono a un beneficio complessivo. Anche quando si osservano associazioni favorevoli per alcune condizioni, queste devono essere valutate insieme ai rischi oncologici, epatici e da infortunio.
Gli autori non propongono un’astinenza imposta, ma indicano la necessità di una maggiore consapevolezza dei rischi. Tra le indicazioni pratiche che emergono dalla ricerca ci sono la riduzione della quantità complessiva, l’attenzione a quanto si beve in una singola occasione e l’evitare di concentrare numerosi drink nella stessa serata.
È inoltre importante ricordare che alcune persone dovrebbero evitare completamente l’alcol, ad esempio durante la gravidanza, in presenza di determinate patologie o quando si assumono farmaci che possono interagire con le bevande alcoliche. In caso di dubbi o condizioni di salute preesistenti è opportuno rivolgersi al medico.
La ricerca non sostiene che un singolo bicchiere determini un danno immediato o che il rischio sia identico per tutti. Indica però che il consumo moderato non è automaticamente privo di conseguenze e che, considerando l’insieme degli esiti studiati, non emerge un vantaggio sanitario netto a nessun livello di assunzione.
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