Tomografia computerizzata e rischio tumori, sfide attuali e prospettive della ricerca

La Tomografia Computerizzata (TC), nota a molti come TAC, è diventata nel tempo uno strumento diagnostico irrinunciabile: la sua capacità di fornire immagini dettagliate e in tempi rapidi ha rivoluzionato l’approccio alla diagnosi e al monitoraggio di numerose patologie, in particolar modo quelle oncologiche. Tuttavia, la TC utilizza radiazioni ionizzanti—a differenza della risonanza magnetica—che rappresentano non solo una risorsa preziosa, ma anche un potenziale rischio per la salute, in particolare per lo sviluppo di tumori nel lungo termine come recentemente scrive anche AIRC a seguito della pubblicazione di evidenze scientifiche sull’argomento.
Negli Stati Uniti, si stima che nel 2023 siano state effettuate ben 93 milioni di TC, coinvolgendo 61,5 milioni di persone: numeri impressionanti che danno la misura della diffusione di questa tecnologia e della necessità di approfondire costantemente i suoi possibili effetti negativi.

Radiazioni ionizzanti e cancro: l’evidenza scientifica

Le radiazioni ionizzanti sono uno dei pochi fattori ambientali di rischio oncogeno riconosciuti a livello globale dalla comunità scientifica, e il rischio risulta proporzionale alla dose e alla durata dell’esposizione. Organi come tiroide e midollo osseo sono particolarmente sensibili; inoltre, sensibilità e rischio aumentano significativamente nei bambini e nei giovani adulti, soprattutto nei primi anni di vita.
La quantificazione del rischio oncologico associato alla TC, tuttavia, non è semplice: molto dipende dal tipo di esame, dalla regione corporea coinvolta e dalle specifiche condizioni del paziente. Diversi studi osservazionali, insieme ai dati raccolti da catastrofi nucleari e dagli sopravvissuti di Hiroshima e Nagasaki, hanno tuttavia dimostrato che anche basse dosi, somministrate su vasta scala, possono tradursi in un incremento sensibile dei casi di tumore benché tale incremento sia spesso giudicato accettabile rispetto al beneficio diagnostico ottenuto.

La Ricerca Smith-Bindman 2025: un nuovo scenario

Un modello statistico pubblicato nell’aprile 2025 su JAMA Internal Medicine dal gruppo di Rebecca Smith-Bindman (UCSF) fa luce sull’impatto a lungo termine delle radiazioni da TC: la ricerca, considerata di riferimento, ha utilizzato i dati di milioni di esami CT per valutare la dose assorbita e stimare il rischio cumulativo di cancro tra tutti i pazienti sottoposti a esame nel solo 2023. I risultati sono notevoli e hanno fatto discutere: secondo le stime del gruppo, fino al 5% delle nuove diagnosi tumorali tra chi si è sottoposto a TC nel 2023 potrebbe essere attribuibile all’esposizione a radiazioni dell’esame; una quota prossima a quella attribuibile a fattori noti come consumo di alcol o obesità. In particolare:

Circa 103.000 casi di tumore negli Stati Uniti sarebbero correlati alle TC prescritte solo nel 2023.

La fascia d’età più colpita sarebbe quella tra i 50 e i 59 anni.

Nei piccoli, il rischio relativo è ancora più alto: per i bambini sottoposti a TC il rischio di sviluppare un tumore è risultato 10 volte superiore rispetto agli adulti; i più a rischio sono i neonati e i bambini di età inferiore a un anno.

Gli esami a carico di addome, bacino e torace sono risultati i più esposti, mentre nei bambini le TC alla testa hanno mostrato le correlazioni più forti con futuri diagnosi tumorali.

Questa proiezione è da 3 a 4 volte superiore alle stime precedenti, grazie a una raccolta dati più granulare e modelli matematici più aderenti alla realtà clinica attuale.

Rischio accettabile? La bilancia tra diagnosi e prudenza

Il risultato principale della ricerca non va interpretato come un’accusa all’indiscriminato utilizzo della TC, ma semmai come un incentivo pressante a raffinare le strategie di appropriatezza prescrittiva: secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità e le principali società scientifiche, la prescrizione della TC deve essere giustificata da reali e concrete motivazioni cliniche, evitando utilizzi di “routine” o per semplice completezza diagnostica.

Per ogni esame bisogna sempre valutare il bilancio rischi-benefici:

In certe condizioni la TC salva la vita, in particolare nella diagnosi tempestiva di patologie acute o nella valutazione delle risposte ai trattamenti oncologici.Nei pediatri la cautela è massima: i protocolli suggeriscono l’uso della TC solo se strettamente necessario, privilegiando—quando possibile—altre tecniche diagnostiche prive di radiazioni (per esempio, ecografia o risonanza magnetica).

Negli adulti, soprattutto nella fascia tra 50 e 59 anni, va valutata con attenzione la storia clinica, il rischio cumulato e la reale urgenza diagnostica.

Le linee guida più recenti, elaborate da società come SIRM e Choosing Wisely, raccomandano di NON utilizzare TC o PET per screening di routine in soggetti sani e di limitare l’esame a casi selezionati dove l’informazione ottenibile abbia un impatto terapeutico concreto.

Come proteggersi e quando chiedere chiarimenti

L’esposizione alle radiazioni della TC è inevitabile ogni volta che si esegue l’esame; ciò che si può fare è:

Ridurre il numero di esami ed evitare ripetizioni superflue.

Preferire la risonanza magnetica o l’ecografia quando possibile.

Richiedere protocolli pediatrici se si tratta di bambini, per minimizzare la dose.

Chiedere chiarimenti al proprio medico: prima di sottoporsi, è lecito domandare se l’esame è davvero necessario e se esistono alternative altrettanto efficaci ma meno rischiose.

Sfida per il futuro: equilibrio tra emergenza clinica e prudenza diagnostica

La ricerca di Smith-Bindman e collegi, pur allarmando, indica chiaramente la responsabilità condivisa tra medici, pazienti e decisori politici nel perseguire un modello di medicina sempre più personalizzata, sicura e basata sull’equilibrio tra benefici immediati e rischi a lungo termine. L’innovazione tecnologica continuerà a migliorare la qualità delle immagini e a ridurre le dosi, ma la vera prevenzione passa da una cultura dell’appropriatezza e della trasparenza.

La tomografia computerizzata è – e rimarrà – una risorsa insostituibile. Ma usarla con consapevolezza significa limitare i rischi a lungo termine senza rinunciare alle straordinarie potenzialità che la medicina moderna mette a disposizione. Il dialogo informato tra paziente e medico, assieme all’aggiornamento scientifico continuo, sono la chiave per affrontare il futuro con fiducia e responsabilità.

 


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Giornalista professionista ha lavorato per tv, radio, websites e testate giornalistiche locali e nazionali. Già responsabile di uffici stampa per enti pubblici e privati, oggi coordina l’Ufficio stampa e Comunicazione del Gruppo Bartoli. Dirige la rivista digitale oggibenessere di cui la Fondazione Bartoli è editrice. Un quotidiano nato dalla necessità di comunicare come la salute sia un equilibrio imprescindibile fra uomo e Natura.