Acqua, antibiotico-resistenza e PFAS: l’Italia laboratorio d’Europa per la salute integrata
Una visione della salute che mette sullo stesso piano persone, animali e ambiente: questo significa One Health, riconoscendo un principio semplice ma spesso sottovalutato: ciò che scarichiamo nei fiumi e nelle fognature, o che si infiltra nelle falde, prima o poi torna a noi attraverso l’acqua che beviamo, i cibi che mangiamo, l’aria che respiriamo.
A livello internazionale, l’OMS e le principali agenzie ONU hanno inserito l’acqua tra le priorità del Piano One Health 2022–2026, accanto all’antibiotico-resistenza e alla sicurezza alimentare. Si tratta di un cambio di prospettiva significativo: l’inquinamento idrico non è più soltanto una questione ambientale, ma un fattore di rischio sanitario a tutti gli effetti.
Italia e antibiotico-resistenza: cosa c’entrano i reflui
L’Italia ha recepito questa visione nel Piano Nazionale di Contrasto all’Antimicrobico-Resistenza (PNCAR) 2022–2025, che per la prima volta include esplicitamente l’ambiente – e in particolare le acque – tra i fronti su cui intervenire. Non basta più monitorare l’uso di antibiotici negli ospedali o negli allevamenti: bisogna seguirne il percorso anche dopo che escono dalla filiera.
Reflui urbani, scarichi ospedalieri e acque legate agli allevamenti sono identificati come punti critici, poiché possono veicolare batteri resistenti e residui farmacologici verso fiumi e laghi. Alcune agenzie regionali del Nord‑Est, in particolare Arpa Friuli Venezia Giulia hanno avviato progetti pilota per rilevare batteri resistenti nelle acque reflue e superficiali, utilizzando il Tricycle Protocol dell’OMS per ottenere dati comparabili a livello internazionale
L’approccio ricorda quello di un termometro: analizzando ciò che circola nelle fognature si ottengono segnali precoci su quanto sta accadendo sia negli ospedali sia nell’ambiente, con possibili ricadute sulla salute collettiva.
PFAS: gli inquinanti “eterni” nell’acqua potabile
Accanto ai batteri resistenti, i PFAS sono l’altro grande protagonista del dibattito sull’acqua e sulla salute. Sono sostanze chimiche impiegate per decenni in numerosi processi industriali, note per la loro straordinaria persistenza nell’ambiente e riconosciute dalla comunità scientifica come probabili cancerogeni e interferenti endocrini. Alcune aree italiane ne hanno già sperimentato le conseguenze più gravi: è il caso del Veneto — con il processo Miteni e una contaminazione che ha interessato oltre 180 chilometri quadrati tra le province di Vicenza, Verona e Padova — e del Piemonte, dove siti produttivi nell’area di Spinetta Marengo continuano a destare preoccupazione.
L’Unione Europea ha risposto con la direttiva 2020/2184 sull’acqua potabile, entrata in vigore il 12 gennaio 2026, che fissa per la prima volta limiti armonizzati per i PFAS a livello comunitario. L’Italia ha recepito la norma con il D.Lgs. 102/2025, aggiungendo ulteriori parametri più stringenti rispetto a quelli richiesti dalla direttiva: in particolare, un limite di 20 nanogrammi per litro per la somma dei quattro PFAS più pericolosi (PFOA, PFOS, PFNA, PFHxS), più basso di quello europeo.
Tuttavia, con la Legge di Bilancio 2026 (Legge n. 199/2025), il governo ha introdotto una proroga di sei mesi per l’applicazione di questi limiti più severi, slittati da gennaio a luglio 2026. La proroga, inserita tramite i commi 622 e 623 dell’articolo 1 è stata motivata dal Governo con la necessità di dare tempo agli operatori per adeguarsi tecnicamente.
Il quadro normativo rimane in evoluzione: la Commissione europea ha previsto una possibile revisione dei limiti per i PFAS entro il 2026, e il monitoraggio del TFA (acido trifluoroacetico), un PFAS a catena ultracorta di crescente preoccupazione, entrerà in vigore nel gennaio 2027.
Infrastrutture, costi e scelte politiche
Dietro le sigle — PNCAR, PFAS, direttive europee — si celano scelte molto concrete. Molti impianti di depurazione sono stati progettati in un’epoca in cui non si parlava ancora di batteri resistenti né di inquinanti emergenti, e oggi faticano a intercettarli in modo efficace. Ammodernarli significa investire in tecnologie avanzate e coordinare livelli istituzionali diversi: Regioni, Comuni, aziende sanitarie, gestori idrici.
In Italia il tema One Health è sempre più spesso associato anche alla competitività del Paese: un sistema che protegge meglio le risorse idriche è più credibile sui mercati agroalimentari, meno esposto a crisi sanitarie e più attraente per i cittadini e per chi investe.
Perché tutto questo riguarda ciascuno di noi
Parlare di One Health e di acqua può sembrare astratto, ma il tema è profondamente quotidiano: riguarda la qualità dell’acqua al rubinetto, la sicurezza dei prodotti agricoli, il rischio di contrarre infezioni difficili da trattare. Le decisioni su come gestiamo i reflui, con quale rigore controlliamo i PFAS, come usiamo gli antibiotici in medicina e in zootecnia finiscono tutte nello stesso bacino.
Per il giornalismo, questa è un’occasione importante. Raccontare l’acqua significa raccontare come condividiamo rischi e responsabilità e come le scelte politiche concrete, spesso nascoste nei commi di una legge di bilancio, determinano la qualità di ciò che beviamo. Un Paese che sceglie davvero la strada One Health non lo dimostra con piani e acronimi, ma con azioni coerenti: depuratori più moderni, controlli trasparenti, e la capacità di resistere alle pressioni quando la salute pubblica è in gioco.
Federica Menghinella