Via gli Usa dall’OMS: i rischi per la salute globale

Il 23 gennaio 2026 l’OMS ha diffuso una nota ufficiale in cui «esprime rammarico» per la notifica formale di ritiro degli Stati Uniti dall’Organizzazione, precisando che si tratta di una decisione che rende «meno sicuri» sia gli USA sia il resto del mondo. La stessa nota chiarisce che la questione sarà discussa dal Board esecutivo nella sessione iniziata il 2 febbraio e successivamente dall’Assemblea mondiale della sanità di maggio 2026, dove i Paesi membri valuteranno conseguenze legali, finanziarie e operative della scelta americana.

Non è un fulmine a ciel sereno: Trump aveva già provato a portare gli USA fuori dall’OMS nel 2020, ma l’uscita era stata poi bloccata dal cambio di amministrazione; la nuova decisione è arrivata il 20 gennaio 2025, primo giorno del nuovo mandato, con un ordine esecutivo che accusava l’OMS di gestione inadeguata della pandemia di Covid‑19 e di altre crisi sanitarie, nonché di eccessiva influenza politica da parte di alcuni Stati membri. Nel comunicato che accompagna la notifica di ritiro, l’OMS insiste sul ruolo centrale della cooperazione multilaterale per affrontare minacce che non rispettano confini, come pandemie, influenza, antibiotico‑resistenza o malattie emergenti. 

Per capire perché questa mossa è così rilevante bisogna ricordare che gli Stati Uniti sono stati per decenni il principale donatore dell’OMS, con un ruolo chiave nel finanziare programmi di emergenza, eradicazione della poliomielite, tubercolosi e sistemi di sorveglianza..

Il ruolo finanziario degli USA nel bilancio OMS

L’OMS si finanzia tramite due flussi principali: contributi “assessed” (la quota obbligatoria calcolata sul peso economico di ciascun Paese) e contributi “volontari” vincolati a programmi specifici. Storicamente gli USA sono stati il Paese con la quota assessed più alta (22% delle contribuzioni obbligatorie degli Stati membri, il massimo consentito), con pagamenti annui attorno ai 110–120 milioni di dollari nel decennio precedente.

Ma il peso vero è sui volontari: nel biennio 2022‑2023, secondo analisi indipendenti, la somma di contributi obbligatori e volontari USA ha rappresentato circa il 15,6% delle entrate totali dell’OMS. Un fact sheet del governo statunitense stima che, negli anni precedenti, i soli contributi volontari USA abbiano raggiunto in media circa 570 milioni di dollari l’anno, per un totale di diversi miliardi nel tempo recente.

Nel 2024 e 2025, però, Washington ha iniziato a non onorare pienamente le proprie quote: secondo un’analisi di StatNews, gli Stati Uniti non hanno pagato le assessed contributions degli ultimi due anni, accumulando circa 278 milioni di dollari di arretrati e lasciando scoperti anche “diversi centinaia di milioni” in contributi volontari promessi per il biennio 2024‑2025. L’OMS ha di fatto contabilizzato come irrecuperabili le somme non versate dagli USA, inserendole fra i crediti dubbi nel documento sul budget presentato alla 78ª Assemblea mondiale, proprio in previsione del ritiro.

Questo significa che l’uscita formale non arriva su un bilancio “normale”: il buco è già in buona parte attivo, e riguarda sia la componente base del programma di lavoro sia fondi destinati a emergenze, polio, TBC e  pandemie.

Programmi e aree più esposte al ritiro USA

I contributi volontari americani sono storicamente concentrati in alcune aree chiave: il programma Health Emergencies, il contrasto alla tubercolosi, l’iniziativa globale di eradicazione della poliomielite e varie attività di preparazione e risposta alle pandemie. Nel 2024‑2025 gli USA si erano impegnati a fornire circa 490 milioni di dollari in contributi volontari, in gran parte destinati proprio a questi programmi, ma solo una parte di tali fondi risulterebbe effettivamente erogata.

Una revisione scientifica dedicata agli effetti del ritiro sottolinea che la perdita del contributo statunitense rischia di destabilizzare l’architettura finanziaria dell’OMS e di ridurre la sua capacità di coordinare campagne vaccinali, contrastare epidemie nei Paesi a basso reddito e sostenere sistemi di sorveglianza in aree fragili. Senza una sostituzione rapida dei fondi, programmi come la polio eradication initiative, che si regge su pochi grandi donatori, potrebbero subire rallentamenti o riposizionamenti, con rischio di recrudescenza in Paesi dove il virus selvaggio o i poliovirus derivati da vaccino circolano ancora.

Sul fronte tubercolosi, gli investimenti OMS coordinano linee guida globali, supporto ai sistemi di laboratorio e accesso a farmaci di nuova generazione nei Paesi a basso reddito; il venir meno di una quota significativa di finanziamento potrebbe indebolire le campagne di diagnosi e trattamento in aree già sottofinanziate. Anche il programma Health Emergencies, che include risposta rapida a focolai come Ebola, colera e malattie emergenti, si trova esposto a possibili riduzioni di personale, missioni sul campo e capacità logistica, almeno nel breve periodo finché altri donatori non colmeranno il gap.

Sorveglianza globale, influenza e pandemie 

Uno degli effetti più discussi riguarda la sorveglianza globale delle malattie infettive e, in particolare, la rete per influenza e virus respiratori. Gli USA, usciti dall’OMS, non parteciperanno più ufficialmente al Global Influenza Surveillance and Response System (GISRS), la rete coordinata dall’OMS dal 1952 che raccoglie dati virologici e clinici da oltre 110 Paesi per selezionare ogni anno i ceppi da includere nei vaccini antinfluenzali stagionali.

Esperti intervistati da università e società scientifiche americane avvertono che la non partecipazione al sistema OMS lascia gli Stati Uniti più vulnerabili alle ondate influenzali, perché riduce l’accesso a dati tempestivi sui ceppi circolanti e rende più complesso allineare la composizione dei vaccini prodotti sul territorio con quella raccomandata globalmente. La stessa logica vale per Covid‑19 e altri virus respiratori emergenti: meno scambio di informazioni, campioni e sequenze genomiche in tempo reale si traduce in diagnosi più lente, ritardi negli aggiornamenti vaccinali e maggiore difficoltà a prevedere ondate.

La già citata review del 2025 sull’uscita USA dall’OMS sottolinea che, alla luce dell’esperienza Covid‑19, la cooperazione multilaterale è essenziale per ridurre ritardi nella condivisione di dati, coordinarne l’analisi e garantire una distribuzione più equa di vaccini e terapie. Senza la partecipazione degli Stati Uniti, sia come donatore sia come partner scientifico, l’OMS avrà più difficoltà a coordinare studi multicentrici, trial su nuove contromisure e aggiornamenti delle linee guida in tempo reale.

Impatti sulla salute dentro gli USA

Il ritiro viene presentato dall’amministrazione Trump come una scelta di sovranità e convenienza economica: il Dipartimento della Salute sottolinea in un fact sheet che l’OMS non avrebbe “saputo proteggere adeguatamente il mondo durante la pandemia di Covid‑19”, affermando che il costo sopportato dai contribuenti americani è stato troppo alto rispetto ai benefici. Un portavoce della Casa Bianca ha dichiarato che gli USA non effettueranno ulteriori pagamenti all’OMS prima del ritiro formale e che nessun nuovo fondo sarà indirizzato all’Organizzazione.

Molti esperti di sanità pubblica statunitensi però non condividono questa valutazione: l’Infectious Diseases Society of America ha definito il ritiro una “rinuncia miope e fuorviante agli impegni di salute globale”, ricordando che patogeni e varianti non rispettano confini nazionali. Analisi di istituti accademici evidenziano che gli USA beneficiano direttamente dalla partecipazione ai network OMS, ad esempio con l’accesso prioritario a informazioni su ceppi influenzali, varianti Covid e focolai in altre regioni che possono arrivare sul territorio nordamericano tramite viaggi e scambi commerciali.

Lo studio del 2025 sul ritiro USA conclude che la scelta rischia di indebolire tanto la sicurezza sanitaria interna quanto quella globale: meno cooperazione significa meno capacità di rilevare, prevenire e rispondere rapidamente a future emergenze, con costi potenzialmente molto superiori ai risparmi immediati ottenuti tagliando contributi all’OMS.

Effetti geopolitici e vuoto di leadership

La presenza statunitense nell’OMS non è solo finanziaria, ma anche politica e scientifica: per decenni gli USA hanno esercitato un forte ruolo di indirizzo su linee guida, priorità di ricerca e iniziative verticali come lotta alla polio e all’HIV. Il ritiro apre inevitabilmente un vuoto che altre potenze possono colmare, ridisegnando gli equilibri nella governance sanitaria globale.

La letteratura recente sul tema sottolinea come il disimpegno USA possa rafforzare l’influenza di Paesi come la Cina, che negli ultimi anni ha aumentato la propria presenza finanziaria e diplomatica in ambito OMS e che ora potrebbe proporsi come partner ancora più centrale. Al tempo stesso, molti alleati tradizionali di Washington, soprattutto in Europa, considerano il multilateralismo sanitario essenziale per affrontare minacce transnazionali e vedono il ritiro come un segnale di arretramento dagli impegni condivisi.

Nel 2023 i fondi USA all’OMS erano quasi tripli rispetto a quelli della Commissione europea e superiori del 50% a quelli della Germania, a conferma di quanto fosse grande il peso americano nel sistema. Abbandonare questo ruolo significa anche rinunciare a una leva di soft power e influenza su politiche che comunque continueranno a condizionare la salute e la sicurezza anche all’interno degli Stati Uniti.

Che cosa può fare l’OMS: scenari di risposta

Di fronte alla notifica di ritiro, l’OMS ha adottato una linea istituzionale: esprime rammarico, ribadisce la volontà di continuare a collaborare con gli USA e rinvia le decisioni politiche alla riunione del Board esecutivo di febbraio e all’Assemblea mondiale di maggio. Sul piano operativo, però, l’Organizzazione si sta già muovendo per ridurre la dipendenza da singoli grandi donatori, promuovendo una quota maggiore di contributi obbligatori non vincolati e cercando di diversificare le fonti di finanziamento.

Documenti di budget mostrano che il mancato pagamento delle quote USA è stato in parte compensato inserendo le somme nel fondo per crediti dubbi, rivedendo al ribasso le previsioni di entrata e riallocando risorse interne. In parallelo, la discussione sul nuovo accordo pandemico e sulle riforme della governance sanitaria globale potrebbe diventare l’occasione per rafforzare la trasparenza  e coinvolgere maggiormente Paesi a medio reddito e fondazioni filantropiche come donatori stabili.

Un’analisi sul tema osserva però che nessun altro attore singolo può sostituire rapidamente, in termini di volume e di influenza, il ruolo che gli USA hanno avuto fino a oggi, e che quindi nel breve periodo è probabile un mix di tagli selettivi, rallentamenti di progetti e negoziazioni intense per colmare i vuoti più critici, a partire dalle emergenze e dai programmi di immunizzazione.

Implicazioni per la salute globale: rischi e possibili correttivi

Sul piano sostanziale, gli impatti più preoccupanti riguardano 4 fronti:

  1. Preparazione alle pandemie: meno fondi e meno coordinamento indeboliscono la capacità dell’OMS di guidare esercitazioni, piani nazionali e piattaforme di condivisione dati; le esperienze Covid e influenza hanno mostrato quanto serva un centro di regia globale per evitare risposte frammentate.
  2. Sorveglianza e risposta rapida: riduzioni di budget e personale possono rallentare missioni sul campo, analisi di laboratorio e supporto tecnico ai Paesi che affrontano focolai di Ebola, colera, febbri emorragiche e altre infezioni emergenti.
  3. Equità nell’accesso a vaccini e cure: se i grandi donatori riorientano fondi verso canali bilaterali, strumenti multilaterali come COVAX o le iniziative OMS rischiano di avere meno risorse per negoziare prezzi eque e assicurare forniture ai Paesi a basso reddito.
  4. Fiducia e legittimità: l’uscita di un attore di peso alimenta la percezione che la cooperazione sanitaria multilaterale sia fragile e troppo esposta alle oscillazioni politiche interne dei singoli Paesi, proprio mentre la comunità internazionale discute un nuovo accordo pandemico.

Per limitare i danni, alcune analisi suggeriscono una strategia a più livelli: aumento dei contributi obbligatori da parte di un gruppo di Paesi “like‑minded”, coinvolgimento più strutturato di Unione europea e fondazioni private, e una riforma di governance che renda l’OMS meno dipendente da fondi vincolati a singoli programmi. In prospettiva, però, molti esperti convergono sull’idea che la piena efficacia della risposta globale alle crisi sanitarie richieda il rientro degli Stati Uniti nel sistema OMS o, almeno, forme robuste di cooperazione tecnica e finanziaria parallela.

Anche se avviene a migliaia di chilometri di distanza, il ritiro degli USA dall’OMS ha ripercussioni concrete sulla vita quotidiana: dai vaccini influenzali che arrivano ogni anno in farmacia alla velocità con cui il mondo potrà reagire alla prossima emergenza infettiva. Un’OMS con meno risorse e più fragile politicamente significa maggior rischio che focolai lontani si trasformino in crisi globali prima che il sistema riesca a contenerli. Per questo molti attori della comunità scientifica e delle ONG di salute globale insistono sul fatto che investire in cooperazione internazionale non è un “lusso solidale”, ma una forma di assicurazione collettiva: costa meno prevenire e prepararsi insieme che rincorrere, da soli, la prossima pandemia.

 


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Giornalista professionista ha lavorato per tv, radio, websites e testate giornalistiche locali e nazionali. Già responsabile di uffici stampa per enti pubblici e privati, oggi coordina l’Ufficio stampa e Comunicazione del Gruppo Bartoli. Dirige la rivista digitale oggibenessere di cui la Fondazione Bartoli è editrice. Un quotidiano nato dalla necessità di comunicare come la salute sia un equilibrio imprescindibile fra uomo e Natura.