Selvaggina, valori nutrizionali e filiera sostenibile: il racconto di Fondazione UNA al Caccia Village 2026

A Bastia Umbra la selvaggina ha trovato al Caccia Village 2026 uno spazio nuovo: non solo come alimento, ma come racconto di filiera, sostenibilità e cultura del territorio. Ciò per il significato più ampio che porta con sé: un punto di incontro tra alimentazione, sostenibilità, gestione del territorio e comunicazione culturale. In questo contesto si inserisce il contributo della Fondazione UNA, che ha proposto una visione articolata e contemporanea della filiera venatoria.

Al centro della proposta c’è il progetto “Selvatici e buoni”, che racconta la carne di selvaggina come una risorsa sana, sicura e sostenibile. Si tratta di carni provenienti da animali vissuti liberi, senza alimentazione forzata né trattamenti farmacologici, inserite in una filiera controllata dal punto di vista igienico-sanitario. Un approccio che valorizza non solo il gusto, ma anche l’impatto ambientale ridotto rispetto alle produzioni intensive.

Dal punto di vista nutrizionale, la selvaggina mostra caratteristiche particolarmente interessanti. I dati evidenziano un contenuto di grassi generalmente più basso rispetto ad altre carni, a fronte di un buon apporto proteico e della presenza di micronutrienti come ferro, zinco e acidi grassi Omega-3. Il cervo, ad esempio, presenta circa 1,1 grammi di grassi e 21,5 grammi di proteine per 100 grammi, valori che spiegano il crescente interesse da parte di consumatori attenti alla qualità dell’alimentazione.

Accanto alla dimensione informativa, Fondazione UNA ha portato a Bastia anche un’esperienza diretta, attraverso uno stand di street food che ha riscosso grande successo. Proposte come la fesa di capriolo arrosto e il cinghiale servito in panini e focacce hanno dimostrato come la selvaggina possa essere accessibile, moderna e conviviale, senza perdere il legame con la tradizione. Un passaggio significativo, perché contribuisce a superare pregiudizi legati al cosiddetto “sapore di selvatico”, spesso dovuto più a lavorazioni non corrette che alla qualità della carne stessa.

Questa apertura verso il grande pubblico si collega a un tema più ampio: il modo in cui la caccia e il mondo venatorio vengono raccontati oggi. Proprio su questo si è sviluppato il dialogo promosso da Fondazione UNA, condotto da Marina Berlinghieri con il produttore cinematografico, fotografo e cacciatore Andrea Cavagliá.

Un momento dell'incontro con Andrea Cavaglià intervistato da Marina Berlinghieri

Dal confronto è emersa una questione centrale: la caccia non può essere ridotta al solo momento dell’abbattimento. È piuttosto un insieme complesso di conoscenze, pratiche e relazioni con l’ambiente, che comprendono osservazione, rispetto degli equilibri naturali e consapevolezza del territorio. Una dimensione che, se raccontata in modo parziale, rischia di essere fraintesa.

Il nodo della comunicazione è infatti uno degli aspetti più delicati. Oggi la narrazione pubblica della caccia appare spesso polarizzata, divisa tra una comunicazione interna al mondo venatorio e una percezione esterna talvolta critica o distante. In questo scenario, i social media amplificano i contenuti e rendono ancora più importante la scelta del linguaggio e delle immagini. La direzione indicata è quella di evitare la spettacolarizzazione e di privilegiare il racconto del contesto, dell’esperienza e del rapporto con la natura.

Un altro elemento emerso riguarda il ruolo concreto dei cacciatori nella cura del territorio. Attività come la manutenzione dei sentieri, la pulizia delle aree naturali e il monitoraggio della fauna rappresentano un contributo reale ma spesso poco visibile. Raccontarle significa restituire complessità a un mondo che viene spesso semplificato.
L’Operazione “Paladini del Territorio”, promossa da Fondazione UNA va in questo senso:  un’iniziativa nazionale che mobilita migliaia di cacciatori e volontari nella salvaguardia dell’ambiente e nel supporto alle comunità locali. Attraverso interventi mirati, i “Paladini” si occupano della pulizia di boschi, del ripristino di aree verdi e del contrasto al degrado ambientale, operando secondo un Manifesto basato su sostenibilità e responsabilità. Per rafforzare questo legame con i territori, dallo scorso anno la Fondazione ha introdotto anche uno sportello digitale dedicato, che consente a cittadini, comuni ed enti locali di segnalare criticità e richiedere l’intervento diretto dei volontari per la cura e la sicurezza del territorio.

In questo quadro, la caccia assume anche una dimensione culturale. È parte della storia di molte comunità e, in diversi contesti, mantiene ancora oggi funzioni legate alla gestione della fauna o alla sussistenza. Comprendere questa pluralità di significati è fondamentale per evitare letture superficiali.

Particolarmente interessante è il ruolo delle nuove generazioni. I giovani cacciatori si muovono in un contesto più esposto e digitale, dove la condivisione è più immediata ma richiede anche maggiore responsabilità. La comunicazione diventa quindi uno strumento decisivo: può contribuire a costruire ponti oppure ad alimentare incomprensioni.

Infine, il tema etico lega in modo diretto caccia e consumo. La consapevolezza dell’origine del cibo e del rapporto con l’animale introduce una riflessione che va oltre il mondo venatorio e coinvolge l’intero sistema alimentare, spesso caratterizzato da una distanza crescente tra produzione e consumo.

Caccia Village si conferma così non solo come evento di settore, ma come spazio di confronto capace di raccontare la selvaggina in modo nuovo: come alimento di qualità, espressione del territorio e parte di una filiera che intreccia sostenibilità, cultura e responsabilità comunicativa. In questo racconto, il bosco diventa non solo luogo di origine, ma simbolo di un patrimonio da conoscere, gestire e valorizzare.

I dati divulgati da Fondazione UNA
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Giornalista professionista ha lavorato per tv, radio, websites e testate giornalistiche locali e nazionali. Già responsabile di uffici stampa per enti pubblici e privati, oggi coordina l’Ufficio stampa e Comunicazione del Gruppo Bartoli. Dirige la rivista digitale oggibenessere di cui la Fondazione Bartoli è editrice. Un quotidiano nato dalla necessità di comunicare come la salute sia un equilibrio imprescindibile fra uomo e Natura.